Data di pubblicazione 09/04/2026
Carissimi fratelli e sorelle,
ritorniamo a vivere la pasqua in questa Basilica. La viviamo nel suo vero significato di “passaggio”. Per l’antico Israele pasqua è stato il ritorno nella propria terra, il passaggio dalla schiavitù sofferta in terra straniera alla libertà: un passaggio a vita nuova e la riconquista della libertà perduta. È questo il significato della Pasqua vissuta anche da Gesù insieme ai discepoli. Ma con Gesù essa ha riacquistato un significato nuovo grazie alla glorificazione da parte del padre dopo il suo immolarsi sull’altare della croce.
Dicevo: torniamo a vivere la pasqua in Basilica come un passaggio.
Dopo il tempo di chiusura essa è stata riaperta e consegnata nella sua solennità e bellezza architettonica. Era necessario il suo rinnovamento, perché ritornasse a risplendere. Tutto questo ha richiesto un delicato intervento di restauro e di messa in sicurezza. Ha richiesto anzitutto un distacco, non facile, da parte di chi temeva di perdere quanto con gli anni era stato edificato. Ma soprattutto ha richiesto tanta fatica da parte di chi vi ha lavorato, dell’impresa, delle maestranze, dei tecnici. A tutti loro dobbiamo il nostro ringraziamento. Spesso i nostri occhi si chiudono e non vediamo se non ciò che è dentro il proprio Io, non si apprezza la fatica ed il lavoro degli altri. Tutto sembra essere dovuto e non c’è affatto il senso del ringraziamento. Dire grazie è un gesto umano ma anche Cristiano.
Noi diciamo grazie a Dio e a quanti hanno preso parte in questa opera. Il risultato raggiunto rende ragione di quanto sia necessario di tanto in tanto il rinnovamento. Nulla si conserva senza attenzione, cura e custodia. È la legge della vita e della nostra umanità. È quanto la pasqua anche oggi viene a ricordarci. Occorre rinnovarsi, riprendere vita, correggere le storture, rinascere. Non s’indossa sempre lo stesso abito. Il rinnovamento riguarda la nostra esperienza di vita e di fede, e le nostre tradizioni e comportamenti. Lasciamo fare allo Spirito e rendiamoci pronti ad accogliere quanto ci suggerisce, anche quando ci fa capire che il “s’è sempre fatto così” non è più la legge che si deve seguire.
La pasqua ci mostra l’imprevedibile che viene da Dio. Nessuno immaginava (e neppure gli Apostoli) che il Figlio dopo la passione e morte potesse risorgere. Anche se Gesù con il suo insegnamento l’aveva detto: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” “(Giovanni 12, 20-33).
Il Padre ha glorificato il Figlio, risuscitandolo da morte e collocandolo alla sua destra: è un fatto che noi cristiani abbiamo al centro della nostra fede (cf Fil 2,7; At 2,34).
Se il Figlio fosse soltanto morto e non fosse anche risorto, certamente non sarebbe stato glorificato dal Padre né a sua volta egli avrebbe glorificato il Padre. Glorificato dal Padre mediante la risurrezione, il Figlio glorifica il Padre attraverso la testimonianza della sua risurrezione. Come chiede Gesù: «Padre, glorifica il Figlio tuo, affinché il Figlio glorifichi te»; come a dire: «Risuscitami, affinché per mezzo mio tu possa essere conosciuto in tutto il mondo». ...
Attraverso la risurrezione è avvenuta la glorificazione del Figlio. Oggi la liturgia ci porta ad annunciarlo con forza e senza paura: “Cristo è risorto, è veramente risorto!”
È il cuore della nostra fede. Come ci ricorda l’apostolo Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,14). Ma oggi possiamo proclamare con certezza: Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti (cfr. 1Cor 15,20).
Il Vangelo di Giovanni ci porta al mattino di Pasqua (cfr. Gv 20,1-9). Maria di Magdala si reca al sepolcro quando è ancora buio: lì scopre che la pietra è stata tolta. Chi può averla tolta? Chi poteva aver interesse a fare questo? Maria è colta di sorpresa e corre a darne notizia a Pietro ed a Giovanni.
Pietro e Giovanni corrono al sepolcro. Cosa vedono: vedono i teli posati là, e il discepolo amato “vide e credette”. Il testo aggiunge: infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti” (Gv 20,8). Non tutto era chiaro, sino a quando non collegano quanto hanno visto con quanto Gesù aveva loro predetto. Ci sono dei segni (telo e sudario raccolti e messi da parte, il cadavere non c’è più), che mostrano che qualcosa di inaudito è accaduto mentre viene in mente quanto Gesù stesso in tempi precedenti aveva loro detto: "Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, essere venire ucciso e risorgere il terzo giorno" (Lc 18, 22).
Cosa vuol dire celebrare la Pasqua oggi?
Rinnovare anzitutto la nostra fede nel Risorto, nel Signore che continua a vivere tra noi, nella comunità credente e nei sacramenti. Significa iniziare un nuovo cammino insieme a Lui per portare un fermento di vita nei luoghi di morte che ancora sono molto diffusi, in un mondo dove l’uomo continua ad essere umiliato, minacciato e colpito.
Possiamo vivere autenticamente la Pasqua solo se siamo capaci di comprendere il Venerdì Santo che si rinnova in ogni sofferenza dell’uomo. La Pasqua è frutto di un dolore riempito e trasformato da un grande atto di amore.
Oggi il Signore ci affida una missione: essere testimoni della Risurrezione (cfr. At 1,8). Non con grandi discorsi, ma con la concretezza della vita: nella carità che si fa servizio, nel perdono che ricuce le ferite, nella speranza che un modo diverso fondato sulla pace ed il perdono è possibile.
Come le donne del Vangelo, anche noi possiamo annunciare che Cristo è vivo! Cristo ci precede, ci chiama, ci apre la strada. Lasciamoci raggiungere dalla luce del Risorto. E con cuore rinnovato possiamo dire, insieme alla Chiesa di ogni tempo:
Cristo è risorto! È veramente risorto!